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Pioggia
scritto il 20.11.2009

Conobbi Simona in un giorno di pioggia.

Passeggiava sulla riva del mare senza un ombrello che la proteggesse dal violento acquazzone che veniva giù da un cielo plumbeo e pesante di un freddo pomeriggio di marzo.

Era uno di quei tipici giorni in cui ci si lascia vincere dalla vogliosa ozietà di rimanere in casa, seduti sul divano, a sfogliare i vecchi album del passato.

Forse fu proprio per quello che quel pomeriggio uggioso, decisi di indossare l' impermeabile, spalancare l'uscio del mio monolocale, afferrare il primo ombrello che trovai a portata di mano e dirigermi verso la spiaggia di Sabaudia.

Mi è sempre piaciuto passeggiare sulla riva del mare in inverno, respirare il profumo agrodolce della salsedine e nutrimi di quella fitta nebbiolina romantica che si alza nell'aria appannandomi le lenti degli occhiali.

C'era vento, quel giorno, un vento fastidioso che si infiltrava sotto i vestiti caldi.

Gelide raffiche, che come mani invisibili, si aggrappavano ai miei abiti, quasi a denudarmi di essi.

Rabbrividendo mi avvolsi più stretto nel mio impermeabile nero e continuai a camminare, cercando sollievo alla pesantezza che avvertivo nella testa.

Era come avere il cervello pieno di ciottoli.

Tante pietre che si muovevano avanti ed indietro nel labirinto dei miei pensieri senza trovare una loro stabilità. Una massa informe di elucubrazioni e preoccupazioni aggrovigliati l'uno con l'altro.

Avrei voluto mettermi a testa in giù ed scuotermi, finché, quei ciottoli, ad uno ad uno non avessero abbandonato la mia testa, lasciandola, finalmente, vuota e leggera.

Dopo otto anni di un difficile e travagliato rapporto matrimoniale, da circa due mesi, avevo ottenuto il divorzio da mia moglie Rebecca, ma oltre a separarmi da lei ero stato costretto a subire un doloroso distacco anche da mio figlio Fabio.

Il tribunale, considerando il mio stato di disoccupazione, aveva preferito affidarlo a mia regina di cuori che possedeva maggiori disponibilità economiche per garantigli una crescita serena ed agiata.

Rebecca era partita per Parigi appena una settimana prima, portandosi via mio figlio, lasciando un profondo vuoto sia nella mia vita che nel mio cuore.

Quel pomeriggio continuai a camminare a capo chino, oppresso dal peso della disperazione che mi premeva la nuca, gli occhi rivolti sulla sabbia bagnata, dove, con i miei stivali neri, faticavo ad avanzare e proseguire oltre.

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20.11.2009 ora: 15:44 commenta numero commenti (0)

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